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Dimenticare un figlio in auto si può, ecco come: la testimonianza di Lucio

Lucio Petrizzi, padre della piccola Elena, morta a 18 mesi nel 2011 all’interno dell’auto del papà, dopo ore di agonia sotto al sole, commenta il tragico incidente avvenuto due settimane fa in circostanze quasi identiche: la morte del piccolo Luca, dimenticato in macchina da papà Andrea.

Lucio ha deciso di raccontare com’è andata a Corriere.it, riesumando ricordi talmente strazianti da lasciarlo senza fiato. Insegnante di chirurgia veterinaria, Lucio racconta cosa è successo quella maledetta mattina:

Ricordo che fino a metà del tragitto Elena cantava Pippi Calzelunghe assieme a me, ricordo il rallentare del canto… Ho pensato che si fosse addormentata e ho continuato a guidare verso l’asilo, a quel punto concentrato sulle incombenze delle giornata. Casistica clinica, lezioni, studenti da seguire, trasferimento nella nuova sede. E poi la ristrutturazione della casa, mia moglie Chiara incinta di otto mesi…“.

Per portare la figlia all’asilo, Lucio doveva passare davanti all’ufficio..

Quella mattina ho visto da lontano colleghi che stavano nel parcheggio a parlare e in quel momento tutta la mia attenzione è stata catturata da loro. I colleghi sono diventati in un istante il mio pensiero prevalente e seguendo quel pensiero sono entrato nel cortile dell’università e ho parcheggiato. È un meccanismo neurofisiologico, si sconnette la coscienza, si fanno le cose in automatico. Li ho salutati, siamo saliti assieme in ufficio, avevo in testa quello che dovevamo fare durante la mattina. Elena era scomparsa dalla mia mente, per me era all’asilo, al sicuro“.

Intanto la piccola Elena combatteva con la morte in auto.

“Maledettamente, mentre Elena era in macchina al sole, io sono sceso a metà mattina per prendere dal bagagliaio delle cose e non l’ho vista perché c’erano i vetri oscurati… non l’ho vista, capisce?”

Elena ha boccheggiato in auto fino all’una di quel pomeriggio.

Sono sceso per la pausa pranzo e quando sono salito in macchina ho sentito un rumore, un gemito. Per un istante ho pensato che un cane fosse entrato nell’auto, poi mi si è accesa la lampadina, mi è piombato addosso il terrore, è stato come se il sangue non circolasse più“.

La chiamata al 118, i colleghi che cercavano di confortarlo, di dargli speranza, il ricovero, l’agonia della piccola, durata 3 lunghissimi giorni. Papà Lucio però sapeva come sarebbe finita:

Ma io l’ho capito subito, quando l’ho presa, che non c’era più nulla da fare. Era completamente incosciente, ricordo che ho cominciato a chiamarla, l’ho abbracciata, ho cercato di rianimarla, di raffreddarla, di fare la respirazione bocca a bocca…“.

Quando è stato il momento, mamma e papà hanno preso un’importante decisione:

“Quando ci hanno detto che non c’erano più speranze abbiamo deciso di donare gli organi. È importante per noi l’idea che il cuore di Elena stia continuando a battere. Sappiamo come risalire ai bambini che vivono grazie a lei, un giorno se vorranno proveremo a guardarli negli occhi”.

Lucio non si giustifica ma non si sente un mostro:

Lo so che sembra impossibile e assurdo dimenticare un figlio in macchina ma io ci sono passato e lo posso dire: è successo a me, è successo ad altri prima e dopo di me e può succedere a chiunque. A persone normali e perbene, come noi. Negare che possa accadere significa permettere che accada di nuovo. Negli Stati Uniti si parla di più di trenta casi l’anno: possono essere tutti pazzi? Io sono imperdonabile, certo. Ma credo anche che in quello che mi è successo ci sia un difetto del vivere moderno. Questo continuo correre, questo senso del dovere esagerato, questo fare più cose assieme e dover sempre dimostrare di essere all’altezza… centomila obiettivi, risultati da raggiungere, e così ti perdi l’importanza delle cose reali. Finisce che lo spazio per portare tua figlia all’asilo lo ricavi, non è che costruisci il resto su quello spazio. E però se la società ci dice che dobbiamo correre ci deve dare anche la sicurezza per farlo. I sistemi di allarme sulle auto per non dimenticare mai più un bambino sono una possibilità, le scuole e gli asili che chiamano a casa se non vedono arrivare il piccolo sono un’altra possibilità. A questo punto qualcosa deve essere fatto“.

La notizia della morte del piccolo Luca l’ha colpito come una pallottola. Immediato il tentativo di dare una mano al suo papà, attualmente sotto sedativi:

Quando l’ho sentito sono rimasto senza fiato davanti alla televisione . È stato come sprofondare nell’abisso, di nuovo mi è sembrato di tornare nel parcheggio dell’università e avere fra le mie braccia Elena incosciente. Ho in mente ogni passaggio di tutto il calvario che Andrea e sua moglie dovranno sopportare. L’ho chiamato, prima o poi ci incontreremo ma adesso ha bisogno di tutto tranne che della mia invadenza. A differenza di Andrea io non ho mai preso farmaci. Il dolore bisogna percorrerlo fino in fondo, non ci sono scorciatoie“.

Le ceneri della sua piccolina sono state sepolte nel giardino di casa e ogni giorno, quando papà Lucio esce di casa, rivolge alla sua bimba un saluto. “Grazie di avermi reso migliore” le sussurra, mentre ricorda quell’ultimo sorriso, quella maledetta mattina, quando mostrandogli il vestitino nuovo gli aveva chiesto “Papà sono bella?“.