Rough Enough, Molto Poco Zen: “La musica è un’urgenza, addio agli alibi” / L’INTERVISTA

rough-enough-intervista-min

È uscito venerdì 18 gennaio il nuovo disco dei Rough Enough, intitolato “Molto Poco Zen”. I due, catanesi per eccellenza, hanno dato vita ad una gruppo con sonorità straordinarie in bilico tra punk, rock e anche un pizzico di blues. Ciò che sorprende maggiormente sono però i loro testi. In Molto Poco Zen emerge un fil rouge chiaro. Si parla di una società che non vede, o fa finta di vedere. Una società che guarda al proprio io individuale, senza rendersi conto che il mondo può cambiare solo se abbandoniamo tutti i nostri alibi e iniziamo veramente a fare qualcosa. Noi di SoloGossip abbiamo fatto quattro chiacchiere con Raffaele, il batterista dei Rough Enough, che ci ha raccontato un po’ del disco e della loro visione della musica.

rough-enough-intervista-min

D: Iniziamo subito a parlare del vostro secondo disco. Come è nato?

Molto Poco Zen è nato in modo casuale perché io e Fabiano suoniamo insieme da circa 2 anni dopo un cambio di formazione. Ci siamo trovati, abbiamo iniziato a provare, a fare jam session, abbiamo ripreso il vecchio disco in mano per creare intesa, ma piano piano è cresciuta l’esigenza di dare vita a qualcosa di nostro e così è nato Molto Poco Zen.

D: Se dovessi dirci un fil rouge che lega le vostre canzoni, quale sarebbe?

Penso sia abbastanza evidente. In questo disco c’è un po’ il bisogno di affermare tutto quello che ci dà fastidio e ci lascia perplessi nella società moderna. Con un misto di rabbia e delusione, emozioni viscerali e dirette, il disco racconta di quegli atteggiamenti che pensiamo debbano essere corretti per vivere meglio in una società più conviviale.

D: C’è un brano cui siete particolarmente legati?

In realtà a tutti, perché quello che ci piace del disco è che ogni canzone ha una sfaccettatura diversa. Se proprio dovessi scegliere allora ti dico che la mia preferita è “Molto poco zen”, il brano che poi dà il titolo al disco, perché è il sunto di quello che raccontiamo e cantiamo.

D: I vostri suoni hanno tratto ispirazione da qualche grande artista della musica? Quali sono i vostri “miti”?

Sono tanti, ci piace ascoltare musica e tanta musica diversa. Per quello che suoniamo ci ispiriamo a band del rock anni ’90 come i Fugazi. Poi per la musica italiana Fabiano è preso dagli Afterhours e dagli Zen Circus.

D: Non avete mai pensato alla via del talent per farvi conoscere?

No e non penso la intraprenderemo perché siamo consapevoli che sia il target delle canzoni che facciamo e le nostre scelte artistiche non rispecchiano molto quello che cercano in un format televisivo. La strada da fare è tanta, ma non vogliamo scendere a compromessi.

D: Visto un disco così intenso, la domanda è spontanea: la musica oggi ha ancora un valore?

Il valore della musica è sempre quello. Secondo me il discorso si sposta su un piano diverso: c’è un evidente ritorno agli anni ’80. Sono tornati i synth un po’ per moda e un po’ per richieste del mercato musicale. La forma della canzone è diventata poi quasi leggera e da accompagnamento, che non impegni troppo la testa. Non è sbagliato, ci sta, ma la musica diretta che racconta i problemi è passata un po’ nell’undergound. Sottoterra, ma c’è ancora. Noi ci proviamo a comunicare dei messaggi con la musica. Abbiamo questa urgenza e questa voglia di buttare fuori, è uno sfogo.

D: Qual è il sogno nel cassetto dei Rough Enough?

Penso che sia riuscire a poter vivere di questo. Sia io che Fabiamo prendiamo la musica seriamente. È un lavoro, ma dobbiamo crescere e ce la metteremo tutta!