Chanel Totti debutta a Pechino Express e si racconta al Corriere: famiglia, critiche, tv e futuro lontano dai riflettori.
È cresciuta sotto i riflettori prima ancora di nascere. Perché basta dire “Chanel” e il cognome arriva da sé: Totti. Figlia di Ilary Blasi e Francesco Totti, notorietà incorporata, etichetta inevitabile. Eppure per quasi diciannove anni — li compirà a maggio — ha scelto il silenzio. Poche parole, pochissime interviste, presenza social controllata. Fino ad oggi.
Dal 12 marzo Chanel Totti sarà tra i protagonisti della nuova edizione di Pechino Express, in onda su Sky e in streaming su Now. Un esordio televisivo che sorprende proprio per questo: nessuna strategia dichiarata, nessuna rincorsa al piccolo schermo. Anzi.
Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, racconta che la partecipazione è nata quasi per gioco: «Non pensavo avrei mai partecipato a qualsiasi programma, almeno a questa età. Con Pechino è nato tutto come un gioco, con Filippo che mi ha trascinata. Abbiamo fatto il provino per curiosità».
La curiosità, precisa, non era tanto per la tv quanto per il format. «Avendo mamma che lavora in tv, un po’ so come funziona. Pechino è uno show diverso, l’unico che avrei fatto». Una frase che chiarisce molto: non un debutto calcolato, ma un’esperienza circoscritta. E infatti aggiunge che, per ora, non ha intenzione di accettare altre proposte. «Il mio obiettivo non è lavorare in televisione. In futuro mai dire mai».
Chanel oggi studia comunicazione all’università e parla di sé con una consapevolezza che va oltre l’anagrafe. «Ormai, a diciotto anni, mi sono abituata. Cerco di non darci peso, ma è vero che essendo “figlia di” sei etichettata, quindi non è semplice». Una frase asciutta, che non cerca compassione ma fotografa un dato di fatto.
La notorietà riflessa, spiega, comporta anche dinamiche ambigue: «C’è anche chi ti avvicina perché pensa di poterti “sfruttare”». Per questo racconta di aver ristretto il cerchio alle persone di sempre. «Mi sento una persona normalissima: per me mamma è mamma e papà è papà…». Il resto è rumore.
Rumore che si amplifica sui social. «La maggior parte dei commenti sono negativi, non so perché. Quasi non ci faccio caso, però credo che se non fossi figlia dei miei genitori non sarebbe così». Una riflessione che dice molto sul peso dell’eredità mediatica. E forse anche sulla durezza con cui vengono giudicati i figli dei personaggi pubblici.
In Pechino Express — tra Indonesia, Cina e Giappone — Chanel si troverà lontana dal telefono e dalla famiglia. E sorprende quando ammette: «Il telefono non mi è mancato per niente e non me l’aspettavo. La mia famiglia mi è mancata, ma sapevo che non li sentivo perché stavo vivendo un’esperienza». Un distacco consapevole, quasi necessario.
Non evita neppure il passaggio più delicato: la separazione dei genitori, vissuta sotto una lente d’ingrandimento mediatica. «Non siamo né la prima né saremo l’ultima famiglia che vive questa cosa. Succede. Però è ovvio che essendo una famiglia sotto i riflettori non è stato facile». E aggiunge una frase che pesa: «Dietro quei telefoni c’eravamo noi: in casi come questi ci vanno a rimettere i figli, oltre che i genitori».
C’è anche spazio per l’autocritica, o meglio per la percezione esterna: «Fino a un certo punto. I miei non mi hanno mai spianato la strada». È il punto centrale. Perché il dibattito sul privilegio esiste, ma lei rivendica un’educazione “con valori solidi” e la volontà di costruire un percorso proprio.
Pechino Express sarà quindi un banco di prova. Non solo televisivo, ma umano. Lontano dalla comfort zone, dalle protezioni familiari, dall’immagine cristallizzata della “figlia di”. Per la prima volta il pubblico sentirà la sua voce, senza filtri, senza intermediari. E forse sarà proprio questo il passaggio più interessante: non il cognome, ma la persona.