Lino Banfi si racconta tra il ricordo di Lucia, il cinema, i nuovi progetti e il rapporto con la morte: “Voglio che la gente sorrida”.
Lino Banfi riesce a fare una cosa rara: parlare di temi enormi senza mai appesantirli. Anche quando il discorso scivola su ciò che normalmente spaventa – il tempo che passa, la perdita, la morte – il suo tono resta quello di sempre, leggero ma non superficiale.
Nel podcast Sette Vite, ospite di Hoara Borselli, l’attore pugliese si è raccontato in una lunga conversazione che attraversa carriera, affetti e futuro, senza mai perdere quel tratto umano che lo ha reso, negli anni, il “nonno d’Italia” (anche e soprattutto per l’interpretazione di Nonno Libero ne Un medico in famiglia).

Banfi parla della sua vita come di qualcosa costruito lentamente, senza scorciatoie. «Io la mia vita me la sono fatta giorno per giorno», spiega durante l’intervista (che è di un paio di mesi fa ma i cui spunti sono comunque attuale). Poi usa un’immagine molto concreta, quasi da artigiano: «Come un muratore che mette il cemento buono». Dentro questa frase c’è molto del suo modo di vedere le cose: lavoro, pazienza, e soprattutto una base solida.
Quella base, racconta, ha un nome preciso: Lucia, la moglie scomparsa che continua a occupare un posto centrale nel suo racconto. «Con Lucia ho costruito la casa più solida che ci sia», dice. Non è un ricordo raccontato con malinconia teatrale, ma con una naturalezza che colpisce proprio per questo. È come se quella presenza fosse ancora parte della sua quotidianità (ed infatti viene ricordata ad ogni occasione).
“Per anni mi hanno sottovalutato”: Lino Banfi si toglie qualche sassolino
Nel dialogo c’è spazio anche per una riflessione sulla sua carriera, una delle più lunghe e riconoscibili del cinema popolare italiano. Banfi non evita un tema che lo accompagna da tempo: la sensazione di essere stato, per anni, sottovalutato.
«Per molto tempo mi hanno considerato solo uno che faceva ridere», racconta. «Poi si sono accorti che dietro c’era anche altro». Oggi, dice, quella comicità viene riletta con occhi diversi. «Ho inventato un linguaggio mio, un modo di far ridere e commuovere insieme. Se quattro generazioni mi conoscono, forse qualcosa di giusto l’ho fatto».
È un discorso che torna anche quando parla del film Oi vita mia, realizzato con Pio e Amedeo. Banfi ricorda con affetto il lavoro con i due comici pugliesi: «Mi sono trovato benissimo con loro, sono ragazzi pieni di rispetto». Ma soprattutto insiste sul personaggio che ha interpretato, un anziano con l’Alzheimer: «Era un vecchio saggio che faceva ridere e commuovere. Per me quello è il cinema più bello».
Lino Banfi e i “tempi supplementari”
A quasi novant’anni Banfi non dà l’impressione di voler tirare i remi in barca. Anzi. Parla ancora di progetti con una certa curiosità: una docufiction su RaiUno prevista per il suo novantesimo compleanno, un libro intitolato Fede, speranza e varietà e perfino un fumetto dedicato alla sua vita.
«Mi restano due o tre cose da fare», dice con semplicità. «Uno spot istituzionale, un ultimo film come voglio io… poi mi godo gli anni che restano». E qui arriva una delle frasi più sincere dell’intervista: «Sono ai tempi supplementari, ma voglio giocarli bene».
Il momento più sorprendente, però, arriva quando il discorso si sposta su un tema inevitabile. Banfi parla della morte senza drammi e senza retorica. «Io con la morte ci ho già parlato», racconta sorridendo. «Solo che non la chiamo più morte. La chiamo “Mo”».
È il suo modo per alleggerire qualcosa che normalmente fa paura. «Quando arriverà, voglio che la gente sorrida», dice. E poi immagina perfino la frase che vorrebbe sulla sua tomba: «Se ci tieni, falla la lacrimuccia… però sorridi».
È probabilmente la sintesi più precisa del personaggio Banfi. Un uomo che ha attraversato decenni di cinema popolare, che ha fatto ridere milioni di persone e che, anche quando parla dell’ultima ineluttabile cosa che riguarda tutti, riesce a farlo senza perdere il tono leggero che lo ha sempre definito.