Dal successo globale di Guru al crollo e alla rinascita: la storia di Matteo Cambi, il padre della margherita, tra eccessi e nuova vita.
Per molti è stato un simbolo preciso di un’epoca: una margherita stampata su una t-shirt, riconoscibile a distanza e capace di trasformarsi in fenomeno globale nel giro di pochi anni. Dietro quel successo c’era Matteo Cambi, imprenditore giovanissimo e volto di una stagione fatta di crescita rapidissima, visibilità eccessiva e, col tempo, anche di errori difficili da contenere. Oggi, a 49 anni, Cambi torna a raccontarsi con un tono diverso. E lo fa attraverso una lunga intervista rilasciata a Repubblica.

Il successo di Guru non è stato graduale. È arrivato in fretta, quasi all’improvviso. Cambi lo descrive come una specie di accelerazione continua, in cui ogni passo sembrava confermare quello precedente. La margherita, nata come segno grafico semplice, è diventata in breve un marchio riconosciuto a livello internazionale.
Non è solo una questione di prodotto, ma di contesto. Erano anni in cui moda, nightlife e business si intrecciavano senza soluzione di continuità. Cambi si muoveva dentro quel circuito con naturalezza, tra eventi, locali e collaborazioni che ampliavano costantemente il raggio del brand.
Il passaggio decisivo arriva quando Guru entra in contatto con il mondo della Formula 1. L’accordo con Flavio Briatore e la visibilità legata alla Renault campione del mondo con Fernando Alonso segnano uno spartiacque. Il marchio smette di essere una tendenza e diventa un’azienda strutturata, con numeri importanti e una presenza internazionale sempre più solida.
In quel momento, Cambi ha la percezione di aver raggiunto qualcosa di definitivo. Non tanto un traguardo, quanto una posizione stabile. È lì che, a posteriori, si colloca anche l’inizio della perdita di equilibrio.
Gli eccessi e il crollo: la parabola di Matteo Cambi
La crescita, però, non è stata accompagnata da una gestione altrettanto solida. Cambi lo racconta senza girarci attorno. Lo stipendio personale – centinaia di migliaia di euro al mese – è solo uno dei segnali di un sistema che si stava progressivamente sfilacciando.
A pesare non sono soltanto i numeri, ma lo stile di vita. Yacht, suite, spostamenti continui, una quotidianità costruita sull’idea che tutto fosse possibile e immediato. A questo si aggiunge una dipendenza che incide sempre di più sulla lucidità e sulla capacità di prendere decisioni.
Il 2008 segna la rottura definitiva. L’arresto per bancarotta fraudolenta interrompe bruscamente quella traiettoria. Il passaggio è netto: dai contesti più esclusivi alla dimensione del carcere, senza gradualità. Cambi lo ricorda come uno shock necessario, quasi inevitabile.
È in quel momento che emerge una consapevolezza diversa. Non solo sul fallimento economico, ma anche su quello personale. La scelta di vendere beni e cercare di risarcire i debiti – fino a una percentuale significativa – diventa un passaggio concreto, più che simbolico. Un tentativo di rimettere ordine, almeno in parte, a ciò che era stato compromesso.
Matteo Cambi oggi, lontano dagli eccessi
Oggi la distanza da quel periodo è evidente. Cambi non è più legato operativamente a Guru, anche se il rapporto emotivo resta. Lo definisce ancora come qualcosa di suo, ma con cui ha dovuto interrompere un legame diretto.
La sua quotidianità è cambiata in modo radicale. Lavora come consulente, soprattutto in ambito di welfare aziendale. Un contesto lontano da quello che lo aveva reso noto, ma coerente con la ricerca di una stabilità che prima non c’era.
Non c’è più l’urgenza di apparire, né quella di spingere continuamente oltre il limite. La giornata si chiude presto, con ritmi che hanno poco a che vedere con quelli del passato. Non è una scelta ideologica, ma pratica. Una modalità di vita che, come racconta lui stesso, gli permette di mantenere un equilibrio che prima non riusciva a trovare.
Il racconto che emergerà anche nella serie in uscita su Sky Crime e Now non punta sull’effetto nostalgia. Piuttosto, prova a tenere insieme due dimensioni: quella del successo e quella del crollo. Senza cercare giustificazioni, ma nemmeno scorciatoie narrative. È probabilmente questo il punto più interessante della sua storia oggi: non tanto ciò che è stato, ma il modo in cui viene riletto.