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Fabrizio Corona, l’appello di Lele Mora: “Consegnati alla polizia”

LELE MORA – Ospite di Barbara D’Urso a Domenica Live, Lele Mora parla anche della condanna di Fabrizio Corona congliandogli di consegnarsi presto alla polizia: “Consegnati alla polizia, è la cosa più giusta per te e per la tua famiglia“. Con profonda commozione, l’ex agente dei vip ha palrato della sua esperienza in carcere e del tentativo di suicidio: “Anche ora che sono libero, passo dall’entusiasmo per la liberazione a crisi depressive terribili”.

Il momento dell’arresto: “Da colui che paparazzava gli altri, sono diventato la vittima dei paparazzi. Tutti volevano vedere e fotografare il mio arresto. Arrivato in carcere, sono diventato un numero. Seppi che in carcere era detenuto anche Olindo Romani e lo vidi qualche volta, spazzare il corridoio fuori dalla mia cella, perché era stato adibito a spazzino”.

L’isolamento per 400 giorni: ” Sono stato in isolamento, sorvegliato a vista e con divieto d’incontro con tutti. Ho fatto 400 giorni di detenzione in questo modo. Anche mia figlia Diana ha subito un grave colpo da questa mia esperienza. Un giorno venne a trovarmi e vidi che stava malissimo. E ad un certo momento mi è svenuta tra le mani: mio figlio Mirko l’ha fatta ricoverare”.

La cella e le foto di Nilla Pizzi: “Stavo malissimo, sono dimagrito tanto e non riuscivo più a mangiare. Il carcere è un luogo particolare: per capirlo bisogna viverlo. Io sono un maniaco della pulizia e prima di fare la doccia compravo tutti i detersivi possibili e pulivo anche per un’ora di seguito. La mia cella era una piccola stanza, diventata come un guscio per me. Sopra il letto ho attaccato le foto dei miei figli, di mia nipote Giulia e della Madonna di Medjugorje, perché sono molto credente. Ma anche la foto di Nilla Pizzi, che ho molto amato, e di Moira Orfei, con cui ho avuto ed ho un rapporto di grande amicizia”.

Il tentato suicidio: “Non ce la facevo più: mi incerottai la bocca e il naso, chiudendoli con un asciugamano. Il caso o la fortuna ha voluto che la persona che portava la posta, e che io avevo soprannominato Maria De Filippi, notò che non stavo bene. Sapevo di fare un torto terribile ai miei figli e a mia madre. Ma, anche se sono un uomo forte, in quel momento arrivai al bivio, non resistevo più. Dopo quell’incidente, chiesi di non dire niente, perché mi vergognavo troppo di questo gesto. E il pensiero peggiore fu come affrontare quella notizia con la mia famiglia”.

Il libro: “In carcere ho vissuto cose terribili: gente che si tagliava, che cercava di suicidarsi. Tutte cose che sentivo, ma che non potevo vedere. La galera è un luogo strano: c’è dentro di tutto. Nel mio libro racconto le esperienze che ho vissuto, ma soprattutto racconto la gente che ho incontrato, chi è la polizia penitenziaria che ti è vicina, ti fa compagnia e ti fa anche trascorrere del tempo. Uno degli agenti, Marco, mi diceva: “Signor Mora, resista. Lei non è da carcere, ma quando uscirà di qui sarà un uomo più forte”. C’era anche un detenuto che mi faceva da mangiare: io non avevo un fornellino e lui, di nascosto, mi preparaba qualche tè e le minestrine”.