Quel 25 giugno del 2012 aveva usato prima una padella in ghisa e poi un paio di forbici per massacrare di botte la sua fidanzata, Lidia Vivoli, durante l’ennesimo attacco di gelosia. Ma dopo 4 anni e mezzo di carcere sarà presto di nuovo libero. E lei, Lidia, è terrorizzata. Già perché per salvarsi la vita gli aveva giurato che non lo avrebbe denunciato, cosa che invece ha avuto il coraggio di fare. Mai si sarebbe aspettata, però, che la pena sarebbe stata tanto lieve, e che lui non si sarebbe pentito ma, anzi, avrebbe covato rancore in attesa di poterla rivedere da uomo libero.

«Cinque mesi dopo l’arresto ottenne i domiciliari, cominciò a mandarmi messaggi su Facebook – ha raccontato Lidia al Corriere della Sera – Un giorno me lo ritrovai davanti. Mi disse che voleva tornare con me, che lo stavo rovinando, che me l’avrebbe fatta pagare».

Lidia nemmeno sa quando arriverà quel terribile momento: «Visto che le vittime non hanno diritto nemmeno a sapere quando esce il proprio aguzzino dobbiamo essere noi a fare i conteggi. Lui è stato condannato a 4 anni e 6 mesi e la sua pena teoricamente finisce a novembre. Considerando però i premi di 45 giorni ogni sei mesi e una probabile penalizzazione per una evasione dai domiciliari, prevedo che torni libero tra maggio e luglio».

Oggi Lidia ha una nuova vita con un altro uomo, padre dei suoi due gemellini. Ma la sua non si può davvero chiamare vita: «Più si avvicina quel momento, più cresce l’angoscia. Appeno mangio qualcosa vado subito a vomitare, la notte mi sveglio in continuazione, ho le palpitazioni al minino rumore. Sono terrorizzata soprattutto per i miei bambini».

Lidia non si sente affatto tutelata dalle autorità: «Non gli mettono neanche un braccialetto elettronico per capire quando sono in pericolo. I carabinieri mi hanno detto: “Se lo dovesse vedere ci avvisi tempestivamente” (…) Se domani lui mi ammazza non cambierà nulla. Nessuno si preoccuperà della mia famiglia, degli orfani. Qualche articolo sui giornali, dichiarazioni di circostanza e poi tutto come prima».

Sia Lidia che il suo aguzzino sono siciliani, ma la donna non vuole essere costretta a lasciare la sua terra solo per sfuggirgli, e chiede una legge che equipari le vittime di violenza alle vittime di mafia o terrorismo: «Dopo una violenza per noi e le nostre famiglie tutto diventa difficile, dovremmo sentirci tutelate e invece veniamo abbandonate. Ricevo tanti messaggi di donne che per questo hanno paura a denunciare».